lunedì 1 febbraio 2016

lettera a mio padre in forma di pensiero


Foto di Cristina Bove

















non mi sta la tua
giacca grigia, ha
il colore della stridula fucina
a cui lavoro la mia cera
da anni
che non ho visto
il tuo volto,
e la camicia grigia aperta per il caldo
e poi tolta, appesa a una sedia, la lingua erba
di asfissiato, verde come la speranza_per uso_
piedi grigi, nelle scarpe di cuoio   a forza di essere una fila
di carri sotto
a un cielo di voci inseguite
per il mondo,
e mai percorse

mani grigie fede d'oro grigio_ lavorata alla forgia
di aristocratiche ire, il fiato grigio
e i cinerei passi, un cuore
vinto da una fiamma che non conosco
come ti chiami? ti chiami grigio. so il tuo nome. ma non lo pronuncio.

ti domandai
di dare le cifre   a una lettera incomoda,
a una lascivia provinciale, servo
di una sobillazione del sangue - poi
una mescita di versi
e di nuovo servo, e, per sempre servo
e pure si dirà che di te ho scritto
non è facile essere un poeta
quando la parola
è allasta     
non è facile essere mio figlio, papà
in un baccano di lineari dovute.
di che colore sono i tuoi occhi? sono grigi ma a chiunque li guardi
dico: sono lantologia dei miei versi, ladorazione
di un rettile di ideali
grigi come i miei,
una rapida argentea scienza
di cui conservo le provette perché possa maledire il mio collegio
come a un altare di rivi lucenti.
agli uomini che ti chiameranno poeta   verserò il vino di datteri
che non possiedo,
ricco come una fiamma liberata, e che dà solo sete,
in questa zazzera di ragne che mi hanno carezzato
l infanzia e uno straripo
discene 

stanco delle tue miserie,  tu
che tutti credevano deformi,
dormivi nellaria dei miei narcisismi,
ti ho visto sollevare la castità delle strenne
e chiedere di guarire dalla parola degli uomini
e rifiutasti ogni dono
e divenisti muto
ed eri il signore del mondo.
ma perché in me chiedi la carità dei tuoi simili
il mio vestito
è la pazzia e prego non so chi _ che non mi abbandoni,
ha lo stesso nome di san francesco, la pazzia,
e di marina e di  rilke 
e che semini nella mia gleba la frode
della poesia!

dio, come le mie lacrime sono sporche, e sono ubriache di un petrolio di polveri,
di questo son certo,
dinanzi allozio di una torcia
allincavo viola delle grida

e  per animosità, e per beffa misi
il mio cuore su un puntiglio, quando lo vedesti
fosti lunico a ridere
e al suo posto deponesti un segno
di sillabe un valico animoso, e  ascoltai la tua voce_
i tamburi_ o sì che li udii_ impazzirono per quella tenera astuzia.
gli altri pensarono la tua esultanza un calcio infilato
sopra a un prato di ninfee di pensieri
e invece era la scienza impietosa degli specchi
perché lamore è cenere
e impazzisce
è il giardino di dio, è come gli anfiteatri di socrate e non può guarire
la mia lebbra dolcissima,
gravita a lui intorno un diamante sorgivo
.













2 commenti:

  1. Di solito il grigio non e5 un colore che risveglia allegria, e qui ce n'è davvero tanto,Elia. La cosa che mi sconcerta è che in questa tinta hai immerso completamente una figura o un'entità che per quanto non voglia ammetterlo, tu ami, o quanto meno hai amato. A meno che tu non voglia depistarci. Il grigio ha per te un altro signicato e per padre non intendi la figura paterna. Un'altra ipotesi? Non ho capito un fico secco. Se è così scusami. Ce l'ho messa tutta. Un abbraccio, ragazzo😆

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