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giovedì 11 febbraio 2016

Ezio Bosso, di Fabrizio Marino

Foto di Sara Capomacchia

















lungo orizzonti di cotone
è andato a perdersi il mio sguardo 
infinite
volte in cui le mie dita hanno segnato
la danza dei merli di marzo.
dio ha ubicato il dolore nelle mie gambe
ma euterpe
ha pensato bene di donarmi
ciò di cui i fiori si nutrono.
piangono le api
sugli spartiti di miele,
il mio suono è il nettare,
piacere cantato a madri vili che plaudono ai demoni inferociti.
io sono il tutto, io tra le mie dita possiedo
le mille stelle celesti
e nei miei piedi
dolore mi fingo poeta sciocco,
calandomi braghe e nudità,
a un un dio inerme, compiacente delle lacrime
di mille muse ascoltanti.












F. Marino


lunedì 8 febbraio 2016

Chamora di F. Marino (alle vittime della criminalita)


Foto di Sara Capomacchia



























avete impresso fuoco nel ghiaccio
ogni passo ha scalfito
il lento divenire di cicli biblici
parole ogni dove nei mari
e i pesci cibandosene
hanno appreso la salsedine e la dolcezza del fiume amaro della vita

in un pugno di stelle
ci siamo fatti aria per camminare sui vostri passi
e alito di sole
nei meriggi sconcertanti
e nel buio delle galere sociali
abbiamo danzato nei vostri vestiti
amando gli alberi
i sentieri veritieri delle nostre strade

voi
capitani coraggiosi
voi amanti voi profeti
parlanti
e angeli dei manifesti di amianto
e di fetide terre
culle di gerani
con voi si infrangono i raggi del sole
e i fiumi dei nostri sogni

parole come bandiere
urla come vessilli di guerra
sulle nostre gambe
vivi saranno i vostri occhi.



Fabrizio Marino

sabato 30 gennaio 2016

li ho lavati (di Fabrizio Marino, Elia Belculfinè)

Foto di Carmine Petruccelli














li ho visti
e li ho lavati
gatti
3
o forse i quaranta ladroni
discepoli di cristo  in una rovina di stelle
il numero assoluto visto al contrario di un amore sporco
scevri di ogni soluzione
e che non domandano il rebus di questo cuore:
non ha ragione il mio cuore e mai lho udito
conciarsi  al furto di un rosario di suoni
ho imbevuto la spugna con laceto rubato
al torrente di san martino
per anni vidi il mio sangue
in un bilico    di   voci e sulle mie labbra
fiorì il miele della follia. li ho lavati: poco altro cera da fare
larco del novecento mutò il fluire del mio manto
così il divenire torbido
il canale lento ove apparve il mio corpo di
serva come una spada,
sfibrando il tratto brillante di una maternità
che mai non ebbi, per quel connubio di arsure dato
in pegno.
li ho lavati e una ninfa bizantina che oggi chiamo sorella
cavava il sapone dai loro occhi
con la carta assurda della poesia
era neve ed era
silenzio, era una logica di rose vive, un
liquore tangente al mio futuro.
uno di loro era immerso in un sole dinverno
riluceva, una città di gelsi e di polvere,
mentre che cercavo linarcarsi di una pietà romana,
uno cosparse i suoi occhi nellantico lavatoio
amava cantare
sgolarsi delle belle donne, dellacqua di un'alba
appena colta.
i suoi baffi luminosi raccontavano lantico segreto dentro a un palmo di mano
lì ho asciugato piano i miei segreti, dove non cera essenza
si trasformavano gli occhi in fiori rubini
i segreti che conoscono tutti perché un poeta
è una vela aperta e non può mai vibrare un angolo di buio
- cetra di fuoco                         e di gesso –.
uno, nero
come
il pensiero
che è follia,
non mi è riuscito di cercarlo;
per
ciò domani vestirò di siccità i miei peccati,
subirò i rullanti di una beffa impazzita,
come uno stagno il narciso al mio riflesso!
cento galere che ho sognato infinitamente
ogni notte
e mai ho sognato. sono il beccheggio di una culla di rupi di assilli,
la portiera aperta di un velivolo boccheggiante
due stemmi che lustro
perché ogni cosa è viva e fiuta la mia dinamo azzurra.










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Elia Belculfinè
Fabrizio Marino